Ho visto questo film Ungherese, di Szabolcs Hajdu, quando è stato presentato al Torino Film Festival. Ancora oggi mi domando perché non lo abbia vinto, quel festival. Devo ancora vedere il film vincitore, ma dubito che capirò il verdetto in ogni caso.
Sia come sia, mi piacerebbe rivedere questo film, che in Italia, penso, non uscirà mai.
Ho letto due recensioni di blogger in rete: quella di Tingis e quella di Carla, entrambe evidenziano la contrapposizione tra una realtà di sogno, quella che noi vediamo per tutta la durata del film dove la narratrice “si rifugia per potere accettare la propria vita” (secondo la prima recensione) e la realtà vera “più cruda, più nuda, più triste” (per la seconda).
Il pretesto del film è il colloquio tra una madre (Mona) e un rappresentante del tribunale minorile, cui lei deve raccontare gli ultimi anni della propria vita, per riavere la figlia.
Così Mona racconterà all’ufficiale e a noi la sua storia, dall’innamoramento per un piccolo criminale braccato dalla polizia, passando per l’inganno del padre che finirà per venderla al cinico mercato dello sfruttamento sessuale dopo averla persuasa a lasciare la figlia.
Questa madre è una professionista della narrazione, anche se ci sarà più facile credere che si guadagnasse da vivere vendendo semi di zucca in stazione. Come chi sa raccontare, anche Mona sa che ogni spettatore ha la sua storia. Così, dopo averci raccontato la sua terribile versione dei fatti, la ritratterà, raccontando una storia che sia credibile e rassicurante per un’aula di tribunale e per più di uno spettatore.
Ma siamo sicuri che la storia rassicurante sia quella vera? Quella dove non succede che la polizia si accanisca su un piccolo criminale, dove non c’è una Bibliotheque Pascal gestita da un “falso artista” che cinicamente vende quello sfruttamento che il mercato della “crème della società” richiede? Quella dove non esiste la tratta delle schiave e non succede che una fanfara onirica sia l’unica possibile via di fuga per una di loro, mentre per artisti e dignitari facoltosi, per materializzarsi nella favola preferita, può bastare pagare un prezzo? Io no.
La recensione di EraserHead è quella in cui mi ritrovo di più, perché riconosce nel sogno una forza reale. Dal film ho colto l’invito a non compiacersi nel cinico realismo di chi si vende “allo spirito del tempo”, ma mirare ogni giorno a materializzare i propri sogni, perché questo e l’unico mezzo per smascherare e smantellare le Bibliotheque Pascal e le altre assurde aberrazioni che ci circondano.